La leggenda narra che i nipoti del settantaduenne Dr. John (5 Grammy e dall’anno scorso nella Hall of Fame del Rock) gli abbiano fatto ascoltare i Black Keys e lui: “Bravi questi. Saranno miei coetanei…”. Scoperta la vera anagrafica del gruppo del momento, decide di incontrarli, qualche canzone dal vivo insieme finché il buon Dr. John propone a Dan Auerbach di fargli da produttore per il suo ultimo disco. 

E Dan cosa fa? Pensa a tutto lui. Lo invita nel suo studio di registrazione, trova i musicisti (tutti giovanissimi) e confeziona un disco splendido. Unica regola: niente pianoforti, solo hammond, farfise e piani elettrici.

Innanzitutto suona come un album del 1969. Operazione nostalgica direte? Scelta saggia invece perché riesce a tirare fuori un sound perfetto per la voce e le melodie di Dr. John che, diciamolo sinceramente, mai avrebbe pensato di riuscire a fare un disco così alla sua età. 

La bravura di Auerbach è proprio quella di esaltare il talento del nostro bluesman: Revolution, Big Shot e Kingdom of Izzness, sono l’essenza della genialità del dottore: in bilico tra funk, soul e psichedelia, con quel fascino retrò, il ritmo cadenzato e quei fiati gravi e anticati. Poi c’è il blues della tittle-track con quello splendido contrabbasso iniziale e i coretti da far west. Getaway ha una base ritmica impressionante su cui spicca tutto il calore della voce di Dr. John e del suo piano magico. Eleggua è un salto a Woodstock, un viaggio lisergico tra funghi allucinogeni e danze tribali. Poi la poesia pura di My Children, My Angels che solo l’intro vale il pezzo. Un disco da ascoltare e riascoltare, scoprendo ogni volta qualcosa di nuovo. E vissero felici e contenti. 

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