King Khan & the Shrines - Idle No More

"Psychedelic-soul Big Band", basterebbe questo per descriverli. Un disco molto interessante che unisce soul, psichedelia, garage beat e rock ‘n’ roll. 

Canadese di origine indiana e band berlinese: forse è proprio questo crogiolo di popoli alla base di un disco dalle mille facce eppure ben amalgamato. 

E’ proprio l’aggiunta della sezione fiati a rendere i 12 brani molto più che un disco di garage beat. Divertente e piacevole, si mette in mostra per la capacità di dosare chitarre, fiati, hammond e farfise creando un mix originale tra brani danzerecci e intime ballate.

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ELVIS COSTELLO & THE ROOTS - Wise Up Ghost 

E’ da un anno che aspetto questo disco perché non avrei mai pensato fosse possibile una collaborazione del genere. E invece è accaduto. Devo ammettere che le aspettative non sono state totalmente soddisfatte.

E’ un disco molto complesso, difficile, decisamente poco commerciale o pop(opolare) complice anche la lunghezza eccessiva di alcuni brani. Merita numerosi ascolti per coglierne le varie sfumature. 

In una collaborazione è difficile che i talenti in gioco si equivalgano. Anche in questo caso sembra che l’ago della bilancia penda dalla parte di Costello, danneggiando l’immediatezza e la ruvidità dei Roots.

L’esperimento è riuscito a metà perché, anche nel caso di brillanti intuizioni, un certo manierismo e autocompiacimento appesantiscono l’album. 

Nota sicuramente positiva è la scelta del sound, forte e crudo. Un r&b in cui si sente la “pacca” del rullante e non una misera riproduzione elettronica. Niente “clap clap” e “ting ting” ma cassa, rullante e charleston. 

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Franz Ferdinand, Arctic Monkeys e Babyshambles: l’autunno è alle porte.

E’ arrivato anche settembre, il mese che ci porterà l’autunno, il fresco, la pioggia e dei magnifici colori. Non so se è un caso, ma quest’anno a ricordarci che l’estate sta finendo c’è anche l’uscita di tre dischi provenienti dalla Gran Bretagna dove il sole è sempre una rarità.

Si tratta di tre attesi ritorni, portabandiere del rock ‘n’ roll degli ultimi 10 anni.

Partiamo con i FRANZ FERDINAND che mancavano dalle scene dal 2009 e sembravano aver esaurito quella carica iniziale. Li ritroviamo con un buon disco con la solita cassa in 4, charly in levare e riff danzerecci. Nell’insieme un buon lavoro in cui spiccano Right actionLove illuminationBullete la malinconica Goodbye lovers & friends

Il secondo ritorno è quello degli ARCTIC MONKEYSche dopo il deludente Suck it and see del 2011, avevano tanto da farsi perdonare. Anticipato da un gran bel singolo (in realtà già l’anno scorso ne fecero uscire uno), Do I Wanna Know? in cui sembrava cogliere un cambio di direzione. Suono scarno, più massiccio, strizzando l’occhio ai Black Keys. In realtà il disco non è all’altezza del singolo. Le vette più alte si raggiungono, a mio avviso, nelle ballate come No. 1 Party Anthem, Mad Sounds (molto Lou Reed) e I Wanna Be Yours, segno che Alex Turner è sempre più convincente nelle vesti più leggere dei Last Shadow Puppets. Comunque promossi.

Termino con il disco su cui non avrei scommesso 1 euro e invece ho dovuto ricredermi. Sto parlando del ritorno (dopo 6 anni) dei BABYSHAMBLES. Chiariamo fin da subito che non vi sconvolgerà ma Pete & co. sono riusciti a tirar fuori una manciata di buoni pezzi che non fa rimpiangere i tempi migliori come Nothing Comes to NothingFall from GraceDr. NoStranger in My Own Skin.

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Silhouette (from Hotel Constellation) by The Link Quartet and Miss Modus

Arriva così, quando meno te lo aspetti, il primo assaggio del nuovo disco dei Link Quartet la cui uscita è prevista per Febbraio 2014.

Il quartetto piacentino conosciuto e apprezzato in tutto il mondo come alfieri dell’hammond beat, questa volta si sono lanciati nella realizzazione di un concept album di cui da oggi si può ascoltare il brano “Silhouette”.

Possiamo anticipare che la storia raccontata sarà una sorta di epopea spaziale e ancora una volta sarà prodotto dall’etichetta americana Hammond Beat.

L’altra novità è la presenza di Miss Modus, cantante scozzese con cui i Link Quartet avevano già collaborato in passato e con cui hanno condiviso il palco in diverse occasioni.

Il brano amplia l’orizzonte dal beat-funk a cui eravamo abituati al soul e all’R&B con un ritornello che rimane subito in testa. 

Si preannuncia un disco…spaziale!

Fonte: SoundCloud / Hammondbeat Records

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The Groove
from The Groove

THE GROOVE - EP

Fonte: Spotify

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MAYER HAWTHORNE - ”Where Does This Door Go”

Ha un nome impronunciabile, ci metterete settimane a memorizzarlo eppure è arrivato al terzo album e non smette di regalare sorprese. 

Ascoltato dal vivo alla Salumeria della Musica lo scorso anno, ha la brillante capacità di unire soul, r&b, funk e accenni di disco, il tutto amalgamato da un’attitudine decisamente pop.

In questo ultimo disco appena uscito, le sonorità si fanno più elettroniche, ricordando a tratti Jamiroquai, a volte purtroppo troppo patinate.

Nel complesso però emergono canzoni ben scritte con varie contaminazioni pur mantenendo una piacevole omogeneità. Gli episodi migliori rimangono quelli in cui strizza l’occhio al soul classico della motown, Stevie Wonder in particolare (basti  ascoltare The Stars Are Ours).

Voto: 7+

 

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MYRON & E. - ON BROADWAY

Disco di pregevole soul, raffinato ma al tempo stesso con il giusto piglio per farti battere i piedi e accennare leggeri movimenti. 

Voci calde e avvolgenti, arrangiamenti piacevoli con fiati e archi deliziosi.

Un duo vocale che si incrocia perfettamente. Uno più grave e tenebroso, l’altro spinto al limite del falsetto, il tutto sostenuto da una band di alto livello, i Soul Investigators. 

Un disco da lasciar andare, per farsi coinvolgere piano piano, ascolto dopo ascolto.

Voto: 7+

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THE TEMPONAUTS: IL NOSTRO OMAGGIO ALL’AMERICA DEI BYRDS

(MA IN UK CONTINUANO A CHIAMARCI GLI “STONE ROSES ITALIANI”)

Una lunga chiaccherata con Stefano “Pibio” Silva sul nuovo disco, i concerti al Cavern di Liverpool e l’amore per le chitarre (meglio a 12 corde)

Sono passati 4 anni dal vostro esordio. Come mai così tanto tempo? Sosta forzata o voluta? 

Sono passati addirittura 5 anni da ‘A Million Year Picnic’. Che è un bel mucchio di tempo da mettere tra 2 album, in effetti. Ma è andata così, niente di voluto, solo tanti casini. Il prossimo invece uscirà fra un anno esatto. Così riportiamo la media quasi a posto.

In The Canticle of The Temponauts si coglie un suono più pulito, in cui, sebbene le chitarre continuino a farla da padrone, emerge una cura per i piccoli particolari. Sbaglio? 
Concordo in pieno e sono contento che tu l’abbia avvertito. Non tanto per la cura dei dettagli quanto per il suono generale. Questo infatti, nelle intenzioni, è il disco con dentro l’anima più Jangle Pop dei Temponauts, questo è il nostro disco ‘americano’, il nostro personale omaggio all’America dei Byrds, dei Beach Boys (dei quali riprendiamo Disney Girl) e anche dei mille misconosciuti gruppi di BachaRock degli USA. E la cosa ha anche il suo riscontro, abbiamo buone distro laggiù e il cd va via bene. Mentre in UK continuamo a essere considerati ‘gli Stone Roses italiani’, ovviamente. Ma il giorno in cui i Roses ritirarono fuori la 12 corde e inventarono il britpop dietro di loro c’era lo spettro colorato dei Byrds che si vedeva fin da star qua. Quindi alla fine tutto torna.

Il vostro sound è ben riconoscibile. Raccontataci quali sono gli artisti che ti hanno influenzato di più. Proviamo a fare il gioco dei 10 dischi fondamentali per il tuo fare musica. 
Grazie per il suono riconoscibile! Non è una cosa scontata riuscire ad avercelo. Personalmente mi piace molto sentire cantare le chitarre insieme, e se una è a 12 corde meglio.
Le chitarre devono suonare sempre insieme, devono fare il tessuto della canzone, dalle chitarre devono uscire melodia, armonia ma soprattutto il ritmo: è dagli accenti delle chitarre che deve uscire il ritmo della canzone, che poi la batteria deve sottolineare. il basso è solo un’altra chitarra, che deve marcare le altre due. E poi le voci, che sono la cosa più importante, più di metà di una canzone. Gli strumenti devono lavorare per le voci, se succede il contrario si è fuori strada. 


10 dischi fondamentali: (che poi sono 12…)

1) Out of our heads (Rolling Stones, 1965)
2) Fifth Dimension (Byrds, 1966)
3) Buffalo Springfield (tutti e 3 i dischi)
4) Forever Changes (Love, 1967)
5) Summer Days (And Summer Nights!!) (Beach Boys, 1965)
6) Rubber Soul (Beatles, 1965)
7) Exile on Main Street (Rolling Stones, 1972)
 Kinda Kinks (the Kinks, 1964)
9) Bug (Dinosaur Jr, 1988)
10) Sister (Sonic Youth, 1987)

Come vedi il panorama musicale indie italiano? Guardandosi in giro si scorgono sempre più gruppi, festival ed etichette. Qualcosa sta cambiando? 
Non posso dire molto perchè non ho il polso della situazione 
attuale. Ricordo pochi anni fa, 3 o 4, quando portavamo in giro il 
disco vecchio, che c’erano situazioni estemporanee anche divertenti circa i live.

Musica e Internet. Con l’avvento di Spotify sembra che il modo di ascoltare musica stia cambiando ancora una volta. Internet salverà la musica o la seppellirà? 
Probabilmente non la salverà nè la seppellirà. La musica è invisibile e intangibile, come i fantasmi, e in un certo qual modo come il web. Era inevitabile che si incontrassero e andassero daccordo. Poi la cosa può piacere o meno, ovviamente. A me piace, io ascolto sempre le web radio, ne vado pazzo. Mi metto al pc, ascolto Mod Radio Uk o qualche altra stazione e la giornata migliora immediatamente.

Siete stati per l’ennesima volta a Liverpool a suonare nel mitico Cavern. Raccontaci come è andata e quali sono le diversità rispetto al suonare in Italia.
E’ molto divertente suonare all’IPO festival, ci sono tanti gruppi 
inglesi, scozzesi, da tutta Europa, dagli USA, Australia, Brasile, Giappone, quest’anno anche Hong Kong. Tu nomina un posto e almeno una band c’è! E si è tutti là, su e giù per Mathew Street, giorno e notte per una settimana. E’ un po’ come andare all’università del rock, guardi i gruppi e capisci al volo un sacco di cose. Io poi sono uno abbastanza freddo, ma quando sono là, chitarra in spalla, spesso sotto l’acqua da un locale all’altro, a sparare cazzate con gente incredibile (con la quale per una ragione o per l’altra rimani SEMPRE in contatto) è una bella sensazione, sembra di essere finalmente arrivato a casa. Magari tutto questo è solo suggestione, resta il fatto che quella di quest’anno è stata la nostra 5a spedizione sul Mersey e non sarà l’ultima. Tanti palchi, un mucchio di concerti, al mattino, al pomeriggio, di sera e di notte, sempre. Poi su quel palco in particolare (giù nel Cavern) ci hanno suonato tutti i più grandi tra i grandi, guardi i mattoni della volta e leggi: Kinks, Animal, Rolling Stones, Chuck Berry, Bo Didley, Who, Yardbyrds…poi pensi ai Fab4, lì sopra per quasi 300 volte.E poi quando tocca a te-letteralmente-bisogna metterci tutto, come se non ci fosse un domani… una cosa molto bella: 
"sono qui, spalle al muro, con la Storia tutto intorno, avanti e giù 
tutta”. Non saprei dire le differenze con i festival italiani, perchè abbiamo suonato solo ad uno, il MiAmi festival di rockit.it, un bellissimo festival, molto ben organizzato.

Quali sono i progetti in cantiere. Promozione disco, date…
Come al solito navighiamo a vista. Da pochi giorni ‘The Canticle of the Temponauts’ è disponibile in tutti i music e-store del mondo. L’edizione Export Cd è già esaurita e spero di riuscire a prendere contatti anche con qualche distributore in Italia/Europa.
Ho però già circa 6 canzoni e tra 1 anno mi piacerebbe già uscire con un altro disco.

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Potete ascoltare il nuovo disco dei The Temponauts su Spotify: 

The Temponauts – The Canticle of the Temponauts

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BRIAN EPSTEIN - UNA CANTINA PIENA DI RUMORE - ED. ARCANA

"Se è vero che ho socializzato con persone grandi e famose, preferisco ancora un tranquillo pomeriggio con George Martin e sua moglie Judy a cercare di vincere qualche bigliettone alle corse di Lingfield Park. E più di tutto, al di là di quello che può comprare il denaro, adoro appoggiare i gomiti alle transenne del backstage e guardare il sipario che si alza su John, Paul, George e Ringo. Domani? Credo che domani splenderà il sole."

Con queste parole si chiude “Una cantina piena di rumore”, l’incredibile avventura dell’uomo che “inventò” i Beatles. Quella cantina è il Cavern di Liverpool dove per la prima volta Epstein sentì suonare i Beatles. 

Brian all’inizio degli anni ‘60 porta avanti il negozio di mobili di famiglia e ha iniziato ad allestire un piccolo angolo per i dischi che porta ottime entrate. Da qualche giorno molti ragazzi gli chiedono il disco di un gruppo che non ha mai sentito: si chiamano Beatles e sono proprio di Liverpool. 

E così la curiosità lo porta a scendere le scale sporche e puzzolenti del Cavern per andare a sentire questo gruppo di rocker che sta spopolando nella sua città. 

Da lì inizia tutto. Quasi per caso. Quasi per gioco. Si propone come loro manager ma non sa minimamente cosa voglia dire, però crede talmente tanto in loro da farli diventare la più grande band del mondo. 

Il libro è scritto nel 1964, all’apice della Beatlemania, dopo la mitica tournée americana e la scalata alle classifiche di tutto il mondo con almeno una decina di singoli.

Tre anni dopo Brian viene trovato morto per un’overdose di anticonvulsanti e alcool. Questa perdita sarà una delle cause determinanti per la fine dei Beatles perché come scrisse Paul McCartney: “Se c’era un quinto Beatles, era Brian”. 

Nel libro si colgono le ansie, i timori, le preoccupazioni, l’immenso lavoro che Brian non riuscì più a sostenere e che lo portarono lentamente alla distruzione. Ma emerge soprattutto, la bellezza del rapporto che aveva con i Fab Four. Una fiducia reciproca che lo ha portato a non firmare mai quel primo contratto che porta solamente le firme dei Beatles (con ancora Pete Best al posto di Ringo). Perché per lui i Beatles non potevano essere messi sotto contratto. Perché I Beatles dovevano essere liberi.

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HAR MAR SUPERSTAR - BYE BYE 17

10 anni fa si esibiva in mutande (e come potete immaginare non deve essere stato un bello spettacolo) in apertura ai concerti degli Strokes. Oggi sfodera un disco di puro funk-soul per l’etichetta dello stesso Casablancas (frontman degli Strokes per l’appunto). 

Una piacevole sorpresa in un inizio estate che non mi sta regalando particolari soddisfazioni discografiche,

I brani più belli sono Lady, You Shot Me, Prisoner, Restless Leg We Don’t Sleep.

Voto 7

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