Grazie Ghemon. Ora riesco ad ascoltare l’hip hop.

Premessa: è sotto gli occhi di tutti che il rap e l’hip hop stanno spopolando, soprattutto tra i giovanissimi, e occupano stabilmente i primi posti in classifica

Capitolo uno: io è da un po’ che provo ad ascoltarlo, non tanto le cose più commerciali tipo Club Dogo o Emis Killa, ma provando a indagare nelle realtà indipendenti. Il problema è che ho sempre fatto molto fatica. Io amo molto il calore di cassa, rullante e charleston, bassi e chitarre che suonano per davvero e infine la melodia vocale che nelle rime dell’hip hop si perde molto. Devo ammettere che negli ultimi anni sono riuscito ad avvicinarmi a sonorità più elettroniche ma ritorno subito al soul e al funk dei ’60 e ’70.

Capitolo due: rimane il fatto che ho avuto modo di approfondire il legame tra la black music del passato e i beat di questi artisti. Ho sempre considerato James Brown come uno dei primi rapper. Quante sue canzoni si basano su riff ripetuti all’infinito mentre lui sbrodola i suoi sermoni? Non è nemmeno un caso che ai concerti degli artisti soul moderni (Aloe Blacc, Mayer Hawthorne, …) ritrovo spesso Mecna, Bassi Maestro e tutto il loro giro. Tra l’altro mesi fa ho sentito un dj set di Bassi Maestro su Babylon di puro soul e funk rigorosamente in vinile da pelle d’oca…(lo trovate qui.)Insomma che questo legame ci sia è evidente. Ed è per questo che mi sono chiesto spesso perché non riesco ad avvicinarmi al mondo dell’hip hop nonostante questi gusti comuni.

Capitolo tre: ora finalmente è accaduto quanto aspettavo (e speravo) da tempo. Sto parlando dell’uscita del disco di Ghemon, del collettivo Blue-Nox. Un disco di hip hop totalmente suonato da veri musicisti. Prodotto dal sempre formidabile Tommaso Colliva che si è portato dietro Patrick Benifei (Casino Royale e Bluebeaters), Enrico Gabrielli (Calibro 35, Vinicio Capossela, Mike Patton), Fabio Rondanini (Calibro 35 e John Parish), Rodrigo D’Erasmo(Afterhours), Daniel e Ramiro (Selton), Gabriele Lazzarotti (Daniele Silvestri, Niccolò Fabi), Paolo Ranieri e Francesco Bucci (Baustelle, Dente, Le Luci della Centrale Elettrica). Molti parlano di sonorità alla Roots, be’ si forse è un po’ troppo…però per me rimane una splendida rivelazione e rivoluzione. Spero di riuscire a sentirlo anche dal vivo, intanto mi godo questo splendido lavoro caldo, soul ma soprattutto italiano (cosa da non sottovalutare).

Conclusione: quale sarà il passo successivo? Non lo so sinceramente ma fa piacere che anche in questo mondo ci sia chi sta provando a esplorare nuove strade, abbandonando quei cliché del rapper americano tutto pistole, catenazzi, auto pimpate e zoccole che in Italia tra l’altro fanno veramente ridere…

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UN BEATLESIANO AL CIRCO MASSIMO - 30 ore per gli Stones tra Moretti da 66 e un pensiero sul jazz

A distanza di circa 48 ore cerco di raccontare come è andato il nostro “pellegrinaggio” a Roma per sentire i Rolling Stones. Vuoi la stanchezza, vuoi il sole, le immagini stanno iniziando a rendersi nitide piano piano solo ora. 

Partenza domenica mattina ore 6.30 dalla stazione di Piacenza. Sulla banchina siamo in tanti che aspettiamo il Freccia Argento per Roma e non stiamo andando dal Papa. Qualcuno lo conosciamo (tra cui Pibio dei Temponauts) scambiamo due parole. Chi racconta di averli già sentiti a San Siro, chi è un novellino (compreso il sottoscritto), poi emerge lo spirito valtidonese e facciamo la conta: scopriamo che c’è un gruppo di Nibbiano (???). Alcuni sono andati in aereo. Saliamo a bordo, carrozza 7, troviamo i nostri posti e partiamo. 

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Fermata dopo fermata il treno si riempie. Sono tutti in viaggio per lo stesso motivo. Da Firenze a Roma scorrono dal finestrino le splendide colline toscane. Ormai manca poco per l’arrivo nella Capitale. 

Scendiamo e Roma Termini ci accoglie con la sua geometricamente perfetta architettura fascista. Dopo la prima sigaretta romana, lì sul binario, per far defluire i passeggeri, scendiamo in metropolitana. Abbiamo studiato il percorso a perfezione. Linea blu, direzione Laurentina, tre fermate e siamo al Circo Massimo. Abituato al clima da “mi faccio i cazzi miei” con cuffie dell’ipod sempre nelle orecchie della metro milanese, quella romana è invece un mercato del pesce con gente che urla da un posto all’altro. Tante le maglie con la lingua degli Stones. 

Usciamo dalla metro e decidiamo di andare a ispezionare la situazione al Circo Massimo. Online abbiamo letto che i cancelli apriranno alle 14. Sono le 11. Scopriamo che stanno già facendo entrare della gente ma arrampicandoci su una balaustra notiamo che la spianata è ancora vuota. C’è quindi una sorta di preingresso dove già qualche migliaia di persone è in fila. Intravediamo il palco. Enorme. Decidiamo di aspettare le 14 mangiando e bevendo in un barettino a 300 metri dall’ingresso. Il caldo inizia già a farsi sentire e le Moretti da 66 vanno giù che è un piacere. Incontro un ragazzo che come me indossa la maglietta dei Beatles. Scattiamo una foto insieme e scambiamo due parole. Lui è abruzzese. Gli dico che sono di Piacenza e lui esclama “ah be’ vicini!” (???).

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Seduti ai tavolini continuiamo a vedere gente che si avvicina al Circo Massimo. Un gruppo ha la bandiera dell’Inghilterra, un altro della Sardegna (avete mai notato che solo i sardi portano sempre fieri la bandiera della loro Regione? Io quella dell’Emilia Romagna non so nemmeno se esiste…).

Un caffè e decidiamo di ritornare ai cancelli. Ora davanti al preingresso si è creata una fila di qualche centinaia di persone ma i cancelli veri e propri sono ancora chiusi. Ci piazziamo in un giardinetto da cui teniamo d’occhio la situazione. 

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Poco dopo le 14 aprono. Decidiamo di entrare. Ci sono già gli abusivi che ti offrono birre, acqua, coca cola, terribili cappellini di paillettes rosa, sciarpe dei RS, accendini dei RS, magliette dei RS, canotte dei RS…

In pochi minuti la fila scorre. Perquisizione rapida degli zaini (avrei potuto portare dentro una bomba). Ci siamo. Siamo dentro. Solo a quel punto ci accorgiamo che il Circo Massimo è veramente enorme. Piazziamo i nostri salviettoni con lo stesso orgoglio del primo uomo sulla Luna con la bandiera americana. 

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Siamo a circa 100 metri dal palco, perfettamente centrali. Inizia la parte più dura. Cercare di far arrivare le 20, quando salirà sul palco John Mayer (alla fine noi siamo lì anche per lui). Il caldo si fa sentire veramente tanto. Sappiamo che sono le ore peggiori. Dobbiamo cercare di resistere. Ci bagniamo la testa. Ci diamo il cambio per andare a cercare un po’ d’ombra (anche nei posti più assurdi come potete vedere dalle foto), per bere una birra ghiacciata (lo so che non si dovrebbero bere alcolici col caldo ma noi ce ne freghiamo di quello che dice Studio Aperto). I terribili bagni chimici sono situati solo sulle sommità delle pareti del vallo. Diamo un’occhiata ai banchetti del merchandising ufficiale. “Dai, prendiamo la maglietta!”. 45 euro. Ok, la prendiamo online a 30. 

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Arrivano le 16.30. Inizio a chiedermi perché non sono un appassionato di jazz. Nessuno parla, tratteniamo le energie per cercare di sopportare il caldo. Il pubblico entra lentamente. Dalle 17 in avanti sentiamo che il sole non picchia più come prima ma ormai il livello di ustione è notevole. Il Polase è il nostro migliore amico. Di fianco a noi il pubblico più vario. Metà appartiene alla categoria che passa le vacanze a rintronarsi di house a Ibiza ma ci sono anche molti rocker della prima ora. Tatuatissimi, con i (pochi) capelli lunghi, torso nudo. Molti mi guardano male per la mia maglietta. Io ne vado orgoglioso. Di fianco a noi un signore sulla sessantina. E’ seduto lì fermo da ore, con una felpa sulla testa. Ogni tanto ci accertiamo che sia vivo. Muove la testa. Ottimo. 

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Alle 18 arrivano i fenomeni che si piazzano nei 30 cm disponibili tra te e il tuo vicino. Belli freschi e profumati. Vorresti insultarli, sai che potrebbe scattare il linciaggio ma poi alla fine ti trattieni perché sei orgoglioso delle tue infinite ore di attesa sotto il sole e la loro furbizia del quartierino non varrà mai la tua fede per il rock ‘n’ roll onorata col sudore.

Attorno alle 19, evidentemente dopo l’apertura di una transenna, veniamo sospinti dalla massa in avanti di una decina di metri. In pochi secondi raccogliamo le nostra cose e ci ritroviamo in piedi. Cerchiamo di creare attorno a noi uno spazio vitale. 

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L’ultima ora scorre velocemente al pensiero di quelle passate. E’ il momento di John Mayer. E’ la prima volta che suona in Italia (una delle assurdità tipiche del Belpaese). Alcuni lo conoscono, la maggior parte non sa chi sia nonostante negli Stati Uniti faccia sold-out al Madison Square Garden da ormai 3 anni. 

Per noi che lo ascoltiamo dall’uscita del primo disco è veramente una goduria. Groove puro, pulizia del suono, l’emozione della sua voce, leggermente nasale, la sua chitarra che troneggia in tutto il Circo Massimo. Purtroppo ci accorgiamo anche dell’ignoranza della gente. Posso capire che magari non sia proprio il tuo genere ma certe urla come “Vai a suonare con Baglioni” o “Toglietegli le chitarre” ti fanno salire la rabbia di un popolo che ascolta da 50 anni solo quattro fottuti gruppi e non provate a toccargli Vasco e Ligabue. 

John Mayer finisce attorno alle 21.10. Pensiamo che 20 minuti possano bastare per il cambio palco e invece capiamo presto che prima delle 22 gli Stones non saliranno sul palco. 

Si spengono le luci sull’enorme distesa di persone. Parte la base che richiama la ritmica di Sympathy for the devil, tripudio di luci sul palco, il pubblico in eccitazione totale, sui maxi schermi partono affascinante effetti della lingua più famosa del rock. “Ladies and gentlemen, the Rolling Stones!”. 

Entra Keith Richard, parte col riff di Jumpin’ Jack Flash e si parte. In quel suono di chitarra è racchiusa la sintesi del rock ‘n’ roll. E’ tutto lì. L’inizio è da togliere il fiato con Let’s Spend The Night Togetheter, It’s Only Rock And Roll (But I Like It), Tumbling Dice. 

Mi giro verso Gimmo, siamo lì senza dire una parola, ed entrambi abbiamo la stessa sensazione. Ma sono loro? Ma stiamo veramente ascoltando i Rolling Stones? Non riusciamo a crederci. Sembrano quasi finti da quanto sono incredibili. Mick Jagger è il solito pazzo scatenato che abbiamo visto centinaia di volte su You Tube, Keith Richards col suo ghigno diabolico ogni volta che striscia il plettro sulla chitarra, Ron Wood degna spalla del suo compare e Charly Watts, col suo classico tocco più jazz che rock, che porta avanti la baracca da oltre 50 anni. 

Canzone dopo canzone ti rendi conto dei capolavori che hanno scritto. Canzoni che ti fanno ballare. Pezzi da cantare a squarciagola. Emozione pura. 

Ti accorgi che Keith Richards e Ron Wood non si ricordano i pezzi, che la presenza di Mick Taylor (sostituto di Brian Jones dal 1969 al 1974) è fondamentale per tenere le fila e ricordare loro i cambi e i finali. Ti accorgi che Charlie Watts ha un andamento instabile, che cresce e decresce e il povero Darryl Jones, bassista con gli Stones dal 1992, fa una fatica tremenda a stargli dietro. Però alla fine gli perdoni tutto. Anche quando c’è una nota di troppo o un finale sconclusionato. E’ lì che mi ricordo perché non sono un appassionato di jazz. Ed è brutto che i giornali non scrivano tutto questo, che raccontino di un’esibizione perfetta. Non è stato così. Se ne sono accorti tutti gli oltre 70 mila presenti. Perché bisogna fingere? Accettiamo che 4 settantenni sbaglino qualcosa. Riportiamoli sulla terra. Perché il rock ‘n’ roll è questo. Il rock ‘n’ roll è provarci sempre, non mollare mai, sapendo che si può sbagliare, rialzandosi sempre e andando avanti. Su un palco davanti a una folla oceanica come dietro a una scrivania. 

Il finale è trascinante con Gimme Shelter, Miss You, Start me up, Sympathy for the devil, Brown Sugar, You Can’t always get what you want e I can’t get no (Satisfaction). Sull’ultimo accordo partono i fuochi d’artificio, mentre i quattro si inchinano davanti al loro pubblico. 

In quel momento non capiamo niente. Non ci rendiamo conto di quello che è successo. Siamo stanchissimi. Distrutti dopo ore sotto il sole, dopo altrettante ore in piedi, schiacciati, con la sensazione di soffocare. Le gambe che non ti reggono più, la schiena a pezzi. Temiamo di essere travolti dalla folla in uscita invece riusciamo a muoverci senza troppa fatica. In cima alla sponda del Circo Massimo ci voltiamo indietro e ci accorgiamo della massa informe in cui eravamo immersi. 

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Ci trasciniamo fino ai giardinetti appena fuori dai cancelli. Ci stendiamo, abbiamo bisogno di riprenderci. Una birra, l’ennesima della giornata, forse quella più gustosa e desiderata. Intanto intorno a noi i netturbini sono subito all’opera e nel giro di circa due ore è tutto lindo. Ci addormentiamo in un largo spartitraffico ma l’umidità della notte ci sveglia e ci convince a incamminarci verso la stazione. 

Sono le 3. Roma è deserta. Deserta e bellissima. Di colpo ci ritroviamo davanti il Colosseo. Foto di rito. Ci sediamo ad ammirarlo. In silenzio. 

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Riprendiamo la marcia, passiamo nei giardini che custodiscono la Domus Aurea e attraversiamo tutta la splendida zona residenziale attorno fatta di splendidi palazzi di fine Ottocento e inizio Novecento. Terrazze nascoste da rampicanti che ricordano “La grande bellezza” senza cocaina e David Guetta. 

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In poco tempo raggiungiamo la stazione. E’ ancora chiusa. Apre alle 4.30. Optiamo per l’ennesima Moretti da 66. Di fianco a noi un gruppo di ragazzi. Ci sentono parlare, ci chiedono di dove siamo e quando scoprono le nostre origini esplodono in un “Noi siamo di Carpaneto!”. E si scambiano due chiacchiere. Le porte della stazione si aprono. Mancano ancora due ore al nostro treno. Ci addormentiamo ancora un po’ davanti a un banchetto informativo di un’assicurazione. Mezz’ora prima del treno arranchiamo fino al bar. Cappuccio e brioches. Attendiamo che annuncino il nostro binario. Sempre carrozza 7. Ci sediamo e ci risvegliamo a Bologna. Cambio per Piacenza. Non riusciamo nemmeno più a dormire. 

Finalmente a casa. Doccia, pranzo e a letto. Verso sera inizio a prendere coscienza di quello che è successo. Le immagini diventano nitide. Ritorna alla mente la chitarra di Keith Richards e scompare la stanchezza. Le urla di Mick Jagger cancellano il caldo patito. Un sorriso si stende sulle labbra. Quelle stesse labbra che si aprono e fanno uscire una lingua rosso sangue pronta nuovamente a urlare “It’s only rock ‘n’ roll but I like it!”.

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CURTIS HARDING - SOUL POWER (Burger Records)

Il bello di internet è che ti permette di scovare grazie a un post, un blog, un tweet, artisti eccezionali che probabilmente rimarranno sconosciuti al 99% degli abitanti del pianeta. Forse anche per questo sono ancora più orgoglioso di essere uno dei possessori del suo disco (rigorosamente in vinile). 

Sto parlando di Curtis Harding e del suo disco di esordio “Soul Power” prodotto dalla celebre etichetta indie californiana “Burger Records”. Originario del Michigan, cresciuto nel mondo dei cori gospel, si trova perfettamente a suo agio nel soul e nell’r&b ma con un’attitudine quasi garage punk. 

Dalle sonorità più classiche come il singolo Keep on shininingHeaven’s On the Other Side fino ai pezzi più grezzi e rock ‘n roll come SurfI Don’t Wanna Go Home. Oppure poetico e leggero in Castaway Beautiful People. Difficile trovare un pezzo meno bello. Un vero gioiellino e spero che queste mie parole possano aiutare a farlo conoscere maggiormente. 

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THE LINK QUARTET - HOTEL CONSTELLATION (Hammond Beat)

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Con colpevole ritardo arrivo a parlarvi del quinto album dei cari amici Link Quartet. Nuovo disco ed ennesimo passo avanti o meglio, come hanno dichiarato lo stessi, un passo di lato. Già perché se eravate abituati ai loro splendidi strumentali dall’hammond beat delle origini fino al funk di 4, qui ci troviamo di fronte a un album interamente cantato grazie alla collaborazione con l’incantevole scozzese Miss Modus che ha scritto i testi e il concept di questo album, ambientato tra costellazioni e navicelle spaziali. Un disco atipico per il quartetto piacentino, certo, ma che ci regala non poche sorprese e ci permette di approfondire il loro lato più pop, nel senso migliore del termine, mischiando groove funk con languidi ritornelli soul decisamente orecchiabili come nel caso di Barbarella.  Non mancano le cavalcate funk che li hanno resi celebri come la titletrack e Supernova ma devo ammettere che i pezzi che mi hanno maggiormente colpito sono quelli meno “Link Quartet” come la sensuale Silhouette e la sognante Second Skin (quasi pinkfloydiana). Se proprio devo fare un appunto mi piacerebbe una ricerca maggiore nei suoni, visto che il genere lo permette, come completamento di un band sempre all’altezza delle aspettative. 

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BILLY PAUL - 360 DEGREES OF BILLY PAUL

Scovato in vinile al Discomane di Milano, non riesco a toglierlo dal piatto. Un disco di una bellezza rara datato 1972 e vincitore di 1 Grammy per il singolo “Me & Mrs. Jones” nella categoria soul-pop (quella per intenderci che adesso è presidiata dai vari Justin Timberlake&Co…).

Fondamentalmente un disco di cover, alcune famosissime come Let’s stay togheter di Al GreenYour Song di Elton JohnIt’s too late di Carole King ma tutte reinterpretate e riarrangiate, sia vocalmente che strumentalmente in maniera superba. 

Il disco è pubblicato dalla Philadelphia International Records, che in quegli anni si stava imponendo in ambito soul, pur dovendo competere con una macchina da primi posti in classifica come la Motown. 

Disco da riscoprire e ascoltare allo sfinimento per tutti gli appassionati di black music. 

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Il meglio di Gennaio e Febbraio

Un 2014 iniziato alla grande. Le novità discografiche in ambito soul e funk sono parecchie. 

Partiamo con i New Street Adventure, giovane band inglese che ha da poco pubblicato un frizzante EP di cinque pezzi per la Acid Jazz. In attesa del disco vero e proprio, in lavorazione, potete scaricarvi gratuitamente il singolo Lucky Lady.

Oltreoceano, e precisamente in Alabama, troviamo i St. Paul & The Broken Bonesal loro disco di esordio, disponibile anche su vinile per l’etichetta Single Lock. Gran bel lavoro, con una voce veramente incredibile e un sound molto curato. E poi il cantante è veramente un personaggio come potete vedere qui.

Passando invece alle vecchie conoscenze non possiamo non citare il nuovo disco della mitica Sharon Jones. Ma che te lo dico a fare? Dopo aver sconfitto anche un cancro che l’ha costretta lontana dalle scene per un anno, rimandando l’uscita dell’album, eccola tornata con un lavoro sublime. Accompagnata dai mitici Dap King (che pare anche Pharrel abbiano voluto per il nuovo disco…), rimane la regina incontrastata del soul. Su tutti amo in particolare Now I seeper l’interessantissimo intreccio ritmico e le soluzioni melodiche, oltre ai singoli Retreat! Stranger to my happiness.

Venendo agli eroi nostrani, siamo in attesa dell’uscita del nuovo lavoro dei Link Quartet che ho la fortuna di ascoltare in anteprima in questi giorni e di cui avremo modo di parlarne approfonditamente prossimamente. Intanto potete ascoltarvi un anticipo sul loro Sound Cloud

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@ritchiecostello anche questa volta il #discomane non ha deluso #vinyl #algreen #caroleking #billypaul #soul #motown

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I RUDI - TRE PEZZI DI ROUTINE

Inauguriamo il 2014 con una bella intervista a Silvio Bernardi, voce e basso de I Rudi con cui abbiamo fatto quattro chiacchere sul loro Ep d’esordio, "Tre pezzi di routine", sulla scena Mod italiana e sui nomi da tener d’occhio del nostro panorama musicale.

Partiamo dai Rudi. Raccontami un po’ della loro storia.

Dunque, i Rudi nascono dallo scioglimento dei Rude Fellows, gruppo ska/rocksteady che avevamo fondato io e mio fratello Gabriele nel 2001 (lui aveva tredici anni, pensa) è che è durato fino al 2008. Passato un paio d’anni dallo scioglimento, io e lui (che da sempre collaboriamo nella stesura dei pezzi originali) abbiamo deciso di proseguire, facendo tutt’altro genere per avvicinarci agli stili musicali che amiamo di più. Un paio d’anni come quartetto, e da circa sei mesi, diciamo durante le registrazioni dell’ep “Tre pezzi di routine”, siamo diventati un trio, con me alla voce oltre che al basso e il grande Stefano Di Niglio alla batteria (che già suonava con noi da metà 2012).

Prima di ascoltarvi mi aspettavo tutta un’altra cosa, forse tratto in inganno dal nome. Si mischiano beat, pop, soul, con le chitarre che lasciano spazio a piani elettrici e hammond. Il tutto in un’atmosfera molto spensierata. Quali artisti vi hanno influenzato di più e quale sound cercavate?

In effetti il nome Rudi ha ancora molto a che fare con la scena giamaicana, ma era un aggettivo che ci ha sempre accompagnati e che ci scocciava perdere. Le chitarre, come scrivi tu, lasciano proprio spazio al resto perché… non ci sono, né su disco, né dal vivo… Avere un sound potente e “completo” pur suonando volutamente senza chitarra è sicuramente uno degli obiettivi che ci siamo posti da subito, oltre a dare grande spazio ai cori. Tra le influenze non posso non citarti gli Who, che per me e Gabriele sono forse la passione più grande (lui ci aggiunge Zappa), il grande Brian Auger e anche il blue-eyed soul di gente come i Box Tops. Però in realtà spesso chi ci ha sentito ci ha accostato ad altre band ugualmente notevoli, i Merton Parkas per esempio (peraltro anche lì c’era una coppia di fratelli, i Talbot), i Fine Young Cannibals (più che altro per “Routine”, che ha senz’altro qualche punto di contatto anche se inconsapevole con “Good Thing”) o gli Statuto, e i Giganti per le armonie.

La scelta di scrivere in italiano è sempre molto ardita ma siete riusciti a non essere banali, adattando perfettamente la nostra lingua a una musica che ha radici decisamente anglosassoni. Come mai queste scelta?

Risale ancora ai tempi dei Rude Fellows, avevo scritto i primi testi in inglese ma ben presto sono passato all’italiano non perché lo preferisca ma perché lo padroneggio molto di più e riesco a dire più o meno quello che vorrei nel modo che vorrei. Ti confesso però che però cerco sempre di dare priorità alla musicalità delle liriche sulla base piuttosto che cercare di adattare la musica che scrive Gabriele ai miei testi.

Si sente e si vede dalle foto un riferimento forte alla sottocultura Mod. Cosa vuol dire appartenere a questo universo nel 2014 e qual è lo stato di salute della scena in Italia?

Non credo di essere la persona giusta per spiegare cosa vuol dire oggi appartenere alla sottocultura Mod, ci sono tante persone che possono spiegarlo in modo più autorevole e articolato di come lo farei io. Io mi accontento di viverla, per quel che posso, dall’interno e con passione. E mi sembra che sia in ottima salute, molto più di tante altre correnti o sedicenti sottoculture che spesso durano lo spazio di un mattino. Ti posso dire che uno degli aspetti più belli che ho notato del modernismo, non solo a Milano, è il suo carattere transgenerazionale, la capacità che ha di avvicinare persone di età e anche retroterra molto diversi sotto il denominatore comune della musica e dello stile: è una grande cosa, secondo me.

Segui molto la scena indipendente italiana attraverso le pagine di Rockit. Come siamo messi? Chi sono i nomi da tenere d’occhio e quelli che secondo te avrebbero bisogno di più attenzione?

Anche qui, fatico a dirti come siamo messi perché il mio punto di vista è sempre un po’ quello dell’outsider, occupandomi su Rockit soprattutti di certi generi (garage, psichedelia, ma anche reggae e funk) non riesco a dare una panoramica globale. Però mi sembra che ci sia tantissima roba di alta qualità in giro, soprattutto ora che sembra un po’ passata (finalmente) la sbornia di epigoni degli Afterhours di turno. Più che nomi da tenere d’occhio posso dirti chi sono le mie band preferite italiane: accanto agli …A Toys Orchestra che per fortuna hanno raccolto un po’ di quanto meritavano, io stravedo per il power pop dei Radio Days (uno dei pochi gruppi nostrani di cui so a memoria tutti i pezzi) ma anche in campo psichedelico per gli Assyrians e per i sottovalutatissimi Pip Carter Lighter Maker. E aspetto con ansia il nuovo disco dei siciliani Waines.

6. Chiudiamo con la domanda che faccio a tutti. 10 dischi da portarsi su un’isola deserta.

Orpo, 10 sono pochissimi. Ci provo.

1. The Who, “Live at Leeds” (ma vorrei barare dicendo che non mi farei scaricare sull’isola senza aver portato almeno anche “Tommy” e “The Who sings My Generation”)

2. The Beach Boys, “Pet Sounds”

3. Jeff Buckley, “Grace”

4. Beck, “Sea Change”

5. Wilco, “Being There”

6. The Pogues, “The Ultimate Collection”

7. Bob Marley & the Wailers, “Live!”

8. Frank Zappa, “Hot Rats”

9. Otis Redding “Otis Blue”

10. The Blues Brothers, “Original Soundtrack Recording”

(bene, scusami, ora vado a piangere per tutta la roba che ho lasciato fuori…)

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Il nuovo arrivato. #steviewonder #songsinthekeyoflife #1976 #motown

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