BILLY PAUL - 360 DEGREES OF BILLY PAUL

Scovato in vinile al Discomane di Milano, non riesco a toglierlo dal piatto. Un disco di una bellezza rara datato 1972 e vincitore di 1 Grammy per il singolo “Me & Mrs. Jones” nella categoria soul-pop (quella per intenderci che adesso è presidiata dai vari Justin Timberlake&Co…).

Fondamentalmente un disco di cover, alcune famosissime come Let’s stay togheter di Al GreenYour Song di Elton JohnIt’s too late di Carole King ma tutte reinterpretate e riarrangiate, sia vocalmente che strumentalmente in maniera superba. 

Il disco è pubblicato dalla Philadelphia International Records, che in quegli anni si stava imponendo in ambito soul, pur dovendo competere con una macchina da primi posti in classifica come la Motown. 

Disco da riscoprire e ascoltare allo sfinimento per tutti gli appassionati di black music. 

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Il meglio di Gennaio e Febbraio

Un 2014 iniziato alla grande. Le novità discografiche in ambito soul e funk sono parecchie. 

Partiamo con i New Street Adventure, giovane band inglese che ha da poco pubblicato un frizzante EP di cinque pezzi per la Acid Jazz. In attesa del disco vero e proprio, in lavorazione, potete scaricarvi gratuitamente il singolo Lucky Lady.

Oltreoceano, e precisamente in Alabama, troviamo i St. Paul & The Broken Bonesal loro disco di esordio, disponibile anche su vinile per l’etichetta Single Lock. Gran bel lavoro, con una voce veramente incredibile e un sound molto curato. E poi il cantante è veramente un personaggio come potete vedere qui.

Passando invece alle vecchie conoscenze non possiamo non citare il nuovo disco della mitica Sharon Jones. Ma che te lo dico a fare? Dopo aver sconfitto anche un cancro che l’ha costretta lontana dalle scene per un anno, rimandando l’uscita dell’album, eccola tornata con un lavoro sublime. Accompagnata dai mitici Dap King (che pare anche Pharrel abbiano voluto per il nuovo disco…), rimane la regina incontrastata del soul. Su tutti amo in particolare Now I seeper l’interessantissimo intreccio ritmico e le soluzioni melodiche, oltre ai singoli Retreat! Stranger to my happiness.

Venendo agli eroi nostrani, siamo in attesa dell’uscita del nuovo lavoro dei Link Quartet che ho la fortuna di ascoltare in anteprima in questi giorni e di cui avremo modo di parlarne approfonditamente prossimamente. Intanto potete ascoltarvi un anticipo sul loro Sound Cloud

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@ritchiecostello anche questa volta il #discomane non ha deluso #vinyl #algreen #caroleking #billypaul #soul #motown

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I RUDI - TRE PEZZI DI ROUTINE

Inauguriamo il 2014 con una bella intervista a Silvio Bernardi, voce e basso de I Rudi con cui abbiamo fatto quattro chiacchere sul loro Ep d’esordio, "Tre pezzi di routine", sulla scena Mod italiana e sui nomi da tener d’occhio del nostro panorama musicale.

Partiamo dai Rudi. Raccontami un po’ della loro storia.

Dunque, i Rudi nascono dallo scioglimento dei Rude Fellows, gruppo ska/rocksteady che avevamo fondato io e mio fratello Gabriele nel 2001 (lui aveva tredici anni, pensa) è che è durato fino al 2008. Passato un paio d’anni dallo scioglimento, io e lui (che da sempre collaboriamo nella stesura dei pezzi originali) abbiamo deciso di proseguire, facendo tutt’altro genere per avvicinarci agli stili musicali che amiamo di più. Un paio d’anni come quartetto, e da circa sei mesi, diciamo durante le registrazioni dell’ep “Tre pezzi di routine”, siamo diventati un trio, con me alla voce oltre che al basso e il grande Stefano Di Niglio alla batteria (che già suonava con noi da metà 2012).

Prima di ascoltarvi mi aspettavo tutta un’altra cosa, forse tratto in inganno dal nome. Si mischiano beat, pop, soul, con le chitarre che lasciano spazio a piani elettrici e hammond. Il tutto in un’atmosfera molto spensierata. Quali artisti vi hanno influenzato di più e quale sound cercavate?

In effetti il nome Rudi ha ancora molto a che fare con la scena giamaicana, ma era un aggettivo che ci ha sempre accompagnati e che ci scocciava perdere. Le chitarre, come scrivi tu, lasciano proprio spazio al resto perché… non ci sono, né su disco, né dal vivo… Avere un sound potente e “completo” pur suonando volutamente senza chitarra è sicuramente uno degli obiettivi che ci siamo posti da subito, oltre a dare grande spazio ai cori. Tra le influenze non posso non citarti gli Who, che per me e Gabriele sono forse la passione più grande (lui ci aggiunge Zappa), il grande Brian Auger e anche il blue-eyed soul di gente come i Box Tops. Però in realtà spesso chi ci ha sentito ci ha accostato ad altre band ugualmente notevoli, i Merton Parkas per esempio (peraltro anche lì c’era una coppia di fratelli, i Talbot), i Fine Young Cannibals (più che altro per “Routine”, che ha senz’altro qualche punto di contatto anche se inconsapevole con “Good Thing”) o gli Statuto, e i Giganti per le armonie.

La scelta di scrivere in italiano è sempre molto ardita ma siete riusciti a non essere banali, adattando perfettamente la nostra lingua a una musica che ha radici decisamente anglosassoni. Come mai queste scelta?

Risale ancora ai tempi dei Rude Fellows, avevo scritto i primi testi in inglese ma ben presto sono passato all’italiano non perché lo preferisca ma perché lo padroneggio molto di più e riesco a dire più o meno quello che vorrei nel modo che vorrei. Ti confesso però che però cerco sempre di dare priorità alla musicalità delle liriche sulla base piuttosto che cercare di adattare la musica che scrive Gabriele ai miei testi.

Si sente e si vede dalle foto un riferimento forte alla sottocultura Mod. Cosa vuol dire appartenere a questo universo nel 2014 e qual è lo stato di salute della scena in Italia?

Non credo di essere la persona giusta per spiegare cosa vuol dire oggi appartenere alla sottocultura Mod, ci sono tante persone che possono spiegarlo in modo più autorevole e articolato di come lo farei io. Io mi accontento di viverla, per quel che posso, dall’interno e con passione. E mi sembra che sia in ottima salute, molto più di tante altre correnti o sedicenti sottoculture che spesso durano lo spazio di un mattino. Ti posso dire che uno degli aspetti più belli che ho notato del modernismo, non solo a Milano, è il suo carattere transgenerazionale, la capacità che ha di avvicinare persone di età e anche retroterra molto diversi sotto il denominatore comune della musica e dello stile: è una grande cosa, secondo me.

Segui molto la scena indipendente italiana attraverso le pagine di Rockit. Come siamo messi? Chi sono i nomi da tenere d’occhio e quelli che secondo te avrebbero bisogno di più attenzione?

Anche qui, fatico a dirti come siamo messi perché il mio punto di vista è sempre un po’ quello dell’outsider, occupandomi su Rockit soprattutti di certi generi (garage, psichedelia, ma anche reggae e funk) non riesco a dare una panoramica globale. Però mi sembra che ci sia tantissima roba di alta qualità in giro, soprattutto ora che sembra un po’ passata (finalmente) la sbornia di epigoni degli Afterhours di turno. Più che nomi da tenere d’occhio posso dirti chi sono le mie band preferite italiane: accanto agli …A Toys Orchestra che per fortuna hanno raccolto un po’ di quanto meritavano, io stravedo per il power pop dei Radio Days (uno dei pochi gruppi nostrani di cui so a memoria tutti i pezzi) ma anche in campo psichedelico per gli Assyrians e per i sottovalutatissimi Pip Carter Lighter Maker. E aspetto con ansia il nuovo disco dei siciliani Waines.

6. Chiudiamo con la domanda che faccio a tutti. 10 dischi da portarsi su un’isola deserta.

Orpo, 10 sono pochissimi. Ci provo.

1. The Who, “Live at Leeds” (ma vorrei barare dicendo che non mi farei scaricare sull’isola senza aver portato almeno anche “Tommy” e “The Who sings My Generation”)

2. The Beach Boys, “Pet Sounds”

3. Jeff Buckley, “Grace”

4. Beck, “Sea Change”

5. Wilco, “Being There”

6. The Pogues, “The Ultimate Collection”

7. Bob Marley & the Wailers, “Live!”

8. Frank Zappa, “Hot Rats”

9. Otis Redding “Otis Blue”

10. The Blues Brothers, “Original Soundtrack Recording”

(bene, scusami, ora vado a piangere per tutta la roba che ho lasciato fuori…)

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Il nuovo arrivato. #steviewonder #songsinthekeyoflife #1976 #motown

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THE BEST OF 2013 / FUNK-SOUL

THE BEST OF 2013 / POP-ROCK

RECORD KICKS XMAS FREE DOWNLOAD COMPILATION f

Può esserci regalo di Natale migliore che una scoppiettante compilation in download gratuito di Record Kicks, l’unica etichetta italiana che ci invidia il mondo intero? 

Lunga vita a Record Kicks che quest’anno ha festeggiato 10 anni e di cui vi avevo già parlato qualche settimana fa qui.

E buon Natale!

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There Will Be Blood - Without
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THERE WILL BE BLOOD - WITHOUT

Ghost records

La magia dei There Will Be Blood è che sono unici pur suonando un genere che ha almeno 90 anni: il blues. 

Sarà l’immaginario di schiavi ribelli, cacciatori di teste, giustizieri solitari, strade polverose e catene che si trascinano sotto un sole incandescente.

Sarà il sound che ti travolge al primo riff e le ritmiche martellanti che continuano a farti battere il piede (possibilmente uno stivaletto provvisto di sperone tintinnante). 

Sarà la voce graffiante, delirante, sciamanica, sporca e incazzata.

Non lo so cos’è ma è uno dei dischi indipendenti italiani più belli del 2013. E per capire qualcosa di più del loro segreto, ho deciso di fargli qualche domanda.

1- Cosa significa per voi There Will Be Blood?

There Will Be Blood è il titolo di un film del 2007 di Paul Thomas Anderson con Daniel Day-Lewis, pigramente tradotto in italiano con "il Petroliere". Il nostro progetto ha molto in comune con il film, non tanto per la vicenda raccontata, ma per le atmosfere, i paesaggi, le immagini e le tematiche. L’america del sud, le praterie polverose, la solitudine, il vuoto, la violenza, la religione e le leggende, il declino di un uomo che si autocondanna… Tutto ciò, ovviamente, ci è servito solo per definire un mood iniziale sul quale lavorare, che è pienamente riconoscibile forse solo nel nostro primissimo EP “Prologue”. Successivamente il tutto si è evoluto, espandendosi su più livelli ed affrontando anche altre sfumature emotive e di sound. Il nome del nostro gruppo è la prima chiave di lettura che forniamo all’ascoltatore per decifrare le vicende raccontate nei nostri album. Tutti i nostri brani fanno infatti parte di un unico concept. Unendo il titolo del nostro primo album al nome del gruppo si ottiene “Wherever you go There Will Be Blood” ovvero: ovunque andrai scorrerà del sangue, questa frase segna l’inizio delle sventure del protagonista ed è alla base di tutti gli eventi raccontati.

Siamo consapevoli che un nome del genere sia molto “gore”, sembrerebbe quasi l’avessimo rubato a un gruppo black metal; ma se fossimo una band che suona quel genere di musica, probabilmente il nostro protagonista urlerebbe “There Will Be Blood!” come una minaccia,come un grido di battaglia, noi suoniamo con intenzioni molto blues, e il nostro protagonista è un personaggio passivo, vittima del suo destino. There Will Be Blood è una frase che sussurrerebbe come triste pronostico di una catastrofe inevitabile che non ha le forze per evitare.

Fra le varie possibilità, questo nome si è rivelato una scelta vincente, incuriosisce molto, e in generale il pubblico che ha apprezzato il film ha buone probabilità di apprezzare i nostri dischi. Poi proprio perchè è un nome decisamente estremo, è ancora più divertente sdrammatizzarlo e dissacrarlo, come quando intitoliamo i nostri inediti natalizi con There Will Be Xmas, o quando pensavamo di creare una linea di intimo femminile… lasciamo a voi intendere il volgare doppio senso.

2- Che senso ha suonare blues nel 2013?

Chi pensa di non ascoltare blues si illude. Il blues è ovunque nella musica, le sue contaminazioni sono a volte molto subdole, ma ci sono sempre. Fra le frasi classiche che ci sentiamo sempre dire c’è:”dicono che suonate blues… ma a me non sembra…”

In effetti non abbiamo molto in comune con il blues di Stevie Ray Vaughan, di Gary Moore o Eric Clapton, che spesso è lo stereotipo che hanno molti ascoltatori occasionali del genere, ma se sai chi è R.L. Burnside o Junior Kimbrough allora capisci subito di cosa stiamo parlando. Il nostro sound subisce moltissime influenze. é come un fiume che scorre e lungo la sua strada raccoglie i più diversi affluenti, è difficile definire cosa siamo diventati alla foce, ma è facile capire che la nostra sorgente è il blues. Il blues invecchia, ma non muore mai, casomai siamo noi ad essere troppo giovani per apprezzarlo. Immaginati la dubstep fra 10 anni… Che senso ha suonare il blues nel 2013? Che senso ha suonare qualcos’altro…

3- Nei vostri dischi continuate a raccontare una storia unica che di volta in volta si compone di nuovi capitoli e personaggi. Avete immaginato la fine? Sarà un finale da “vissero felici e contenti” o una strage senza nessun superstite?

Questa è decisamente una di quelle domande a cui non ci piace rispondere. Ovviamente è più che lecito chiedercelo, ma non puoi certo aspettarti una risposta! Se proprio ci tieni a rovinarti i finali se vuoi ti raccontiamo del papà di Luke Skywalker, di chi è Keyser Soze o di come mai nel sesto senso la moglie del dottor. Malcom Crowe non gli rivolge mai la parola. Con un po’ di pazienza tutto verrà raccontato, e con la giusta colonna sonora soprattutto.

4- Perché la scelta di suonare senza basso nonostante sia Ricky che Davide nascano come bassisti?

Quando stavamo pensando di creare i TWBB volevamo fare qualcosa di diverso e di nuovo, lontano dalle nostre precedenti esperienze, volevamo un sound distintivo e insolito.

Essendo due bassisti ed un batterista siamo convinti che la linea di basso sia fondamentale per sostenere un pezzo. E non rinunciamo mai alle frequenze gravi. Ma il basso è uno strumento, un mezzo, e per fare un lavoro nel modo migliore possibile, ci vuole lo strumento giusto, utilizzato nel modo giusto; nel nostro caso lo strumento giusto è un pollice sulla sesta corda di una chitarra.

Come dice sempre Riky: “è molto più difficile sottrarre che aggiungere, ma contrariamente a quanto si possa pensare è sottraendo che il risultato finale migliora…” Questo è un po’ il nostro motto, ed è la prima cosa che noti di noi sul palco, nessuno dice “hey guarda c’è una chitarra di troppo” dicono tutti “c’è un basso di meno”… In questo senso il nostro vinile da 7” “One To Nothing” è un manifesto ideologico: tutti i brani sono suonati con una sola corda di basso.

5- I dieci dischi da portarvi su un’isola deserta. Anzi, in una tenda nel deserto, così vi sentite più a vostro agio.

Rigorosamente in ordine sparso, ovviamente senza fare nessun tipo di classifica, e premettendo che 10 è un numero molto basso possiamo provare a dire:

Sly And The Family Stone - Dance To The Music

The Who - Who’s Next

Queens Of The Stone Age - Songs For The Deaf

Lez Zeppelin IV

Rolling Stones - Exile on main street

U2 - Achtung Baby

Deftones - Around the fur

Tool - Aenima

Nirvana - In Utero

Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici - Italia Amore Mio… che nel deserto fa freddo e bisogna pur accendere il fuoco…

Fonte: SoundCloud / ghostrecords

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Warm Morning - Stolen Beauty

Avete presente quelle mattine in cui potete spegnere la sveglia e continuare a dormire? Quelle mattine in cui potete alzarvi senza il pensiero delle cose da fare e godervi l’aroma del caffè che gorgoglia nella moka, quelle mattine in cui scostare le tende e osservare la città che si muove. 

Quello è il momento giusto per ascoltare Stolen Beauty, il nuovo lavoro dei Warm Morning. Saranno le splendide colline della Valtidone, in provincia di Piacenza, dove sono nati e cresciuti, ma bastano pochi minuti delle loro canzoni per rappacificarsi con sé stessi e con il mondo. 

In una realtà dominata dalla confusione, da chi alza la voce per farsi sentire, loro abbassano i toni, imbracciano chitarre, ukulele e banjo per sussurrarti di rallentare e godere della bellezza della vita.

Magistralmente prodotto insieme ad Alberto Callegari di Elfo Studio, il lavoro è impreziosito dalla collaborazione di un’orchestra di 30 elementi che esaltano le armonie vocali dei due fratelli cresciuti con la passione per il sixties sound, dai Beatles a Simon and Garfunkel, dai Byrds fino a Carol King. 

La chicca finale è il mastering agli storici Abbey Road Studios. Di questa esperienza e tanto altro ne abbiamo parlato insieme a Simone, uno dei due brothers. 

In un’epoca in cui si fa gara a chi alza di più la voce (e il volume), mi sembra abbiate deciso di diventare più sussurrati e minimalisti rispetto al precedente Too Far From The Stars (link Spotify). Abbandonando una formazione più da band, rimanendo solo voi due e le vostre chitarre. E’ il vostro obiettivo? 

Si, direi che in questo terzo album siamo ritornati a certe atmosfere intime e crepuscolari che caratterizzavano le primissime canzoni che scrivevamo. Se in studio ci piace arricchire i pezzi con tanti strumenti dosati al punto giusto per creare un sound denso, palesemente ispirato al wall of sound della scuola Phil Spector (uno dei nostri punti di riferimento in questo album), dal vivo si può parlare di minimalismo, in quanto le canzoni sono proposte a due chitarre e due voci, proprio come sono nate, in chiave folk, scarna ed essenziale.

Le chitarre sono accompagnate magistralmente da un’orchestra di archi e fiati con gli arrangiamenti scritti da voi. Come è stato lavorare in questa situazione? 

Collaboriamo in studio con un’orchestra d’archi e fiati già dall’album precedente “Too far from the stars”, ma con “Stolen Beauty” siamo maturati e secondo me, siamo stati in grado di gestire meglio un’orchestra di 30 elementi (cosa che nella pratica è abbastanza dura) e ottenere proprio quello che avevamo in testa. Gli arrangiamenti orchestrali sono stati interamente curati dall’altro brother Andrea. E’ certo che il momento in cui senti la base che hai registrato con chitarre, bassi, ukulele e banjo, si arricchisce della magia dell’orchestra è super emozionante.

Io ho percepito due riferimenti principali: i King of Convenience e i Beatles. Ci sono andato vicino? 

Direi di si: i Beatles sono inevitabilmente i nostri maggiori ispiratori, perché quello che hanno fatto nella loro breve carriera è immenso e impossibile da ignorare. Più che Kings of Convenience direi Simon and Garfunkel, anche se apprezziamo molto il duo di Bergen, prediligiamo il sound più sixties e la combinazione esplosiva di folk pop che caratterizzava i capolavori scritti da Paul Simon e socio. Ma c’è tanto altro, da Burt Bacharach ai Beach Boys, da Paul Williams a Roger Nichols, da tutta la produzione Motown dei sessanta alle meraviglie scritte da Carol King e tantissimo altro.

Veniamo alla scelta delle 2 cover contenute nell’album. Siete stati veramente ricercati. Come mai questi due pezzi? 

La prima cover inclusa nella tracklist è stata scritta da una sconosciutissima psych/garage band di Orlando (Florida) a me molto cara, i We The People. Ho scelto di rivisitare questo pezzo proprio perché per me il sixties sound rimane una grande passione che seguo anche con un’altra band in cui suono, i Rookies, che dal 1994 suonano puro e genuino garage rock e dal quale traggo sempre grande ispirazione. La nostra versione di “You like me, you love me” è ovviamente interpretata e ci siamo molto divertiti a montarla e smontarla a nostro piacimento per ottenere un pezzo e un sound che centrasse con il resto delle canzoni dell’album. “Lord kill the pain” ci era stata commissionata, durante le registrazioni di “Stolen Beauty”, da Onda Rock, un portale web di musica indie con il quale eravamo già in contatto per altri progetti, per il tributo al primo album della cult band californiana Red House Painters “Down Colorful Hill”, che coinvolgeva band da tutta Italia. Noi abbiamo interpretato questo pezzo in chiave “indie-crooner” con suoni molto 70’s soul. Tieni presente che l’originale è una canzone di new wave in stile Smiths. Dopo averci lavorato il risultato ci è piaciuto e abbiamo deciso allora di includerla nell’album come bonus track solo per le prime 50 copie stampate.

Non posso non chiedervi di raccontare l’esperienza (penso indimenticabile) di Abbey Road. 

Abbiamo deciso di mettere un sigillo di qualità a questo ultimo lavoro, andando a finirlo ai mitici Abbey Road Studios a Londra, spinti prima di tutto dalla voglia di fare un’esperienza quasi trascendentale, varcando le porte del tempio del pop e immergendosi in un’atmosfera magica carica di storia. In secondo luogo abbiamo unito la nostra usuale trasferta UK per partecipare al festival “International Pop Overthrow a Liverpool che si tiene ogni anno a maggio al Cavern Club, al mastering del disco agli Abbey Road, per fare un pellegrinaggio quasi spirituale sulle orme dei Fab Four. Grazie ad Alberto Callegari, il boss dell’Elfo Studio, dove è stato registrato gran parte del materiale del disco, e nostro produttore artistico, abbiamo avuto il contatto per reclutare Simon Gibson, tecnico storico degli Studios con esperienza trentennale, col quale Alberto aveva già lavorato in precedenza per altri progetti. E’ stata un’esperienza importante e intensa lavorare con Gibson, che vanta collaborazioni con artisti del calibro di David Bowie, Paul McCartney, Coldplay. Lavorare in quegli studi e camminare lungo quei corridoi guardando le fotografie di artisti come Led Zeppelin, Pink Floyd, i Beatles mentre componevano i loro capolavori proprio lì, è stato semplicemente magico.

E poi finiamo con un gioco. I 10 dischi da portarsi su un’isola deserta.

Difficilissimo…ok vediamo….

1. THE BYRDS - YOUNGER THAN YESTERDAY

2. THE GRATEFUL DEAD - AMERICAN BEAUTY

3. GEORGE HARRISON - ALL THINGS MUST PASS

4. CAROL KING - TAPESTRY

5. ROGER NICHOLS - SMALL CIRCLE OF FRIENDS

6. PAUL WILLIAMS - SOMEDAY MAN

7. JOHN LENNON - WALLS AND BRIDGES

8. SIMON AND GARFUNKEL - PARSLEY, SAGE, ROSMARY AND THYME

9. BOB DYLAN - HIGHWAY 61 REVISITED

10. MILES DAVIS - SEVEN STEPS TO HEAVEN

 http://www.warmmorning.net/

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